“Il maestro mirava alla somma bellezza, accettando i condizionamenti del dolore fisico. Questo in tutta la sua violenza deturpante, non si lasciava conciliare con quella. Egli lo dovette perciò mitigare; dovette ridurre le grida in sospiri; non perché il gridare tradisse un’anima volgare, ma perché stravolge il volto in modo sdegnoso. Perché si immagini di spalancare al Laocoonte la bocca e si giudichi. Lo si faccia gridare, e si osservi. Era una figura che suscitava compassione, perché esprimeva insieme bellezza e dolore; adesso è divenuta solo una brutta, ripugnante figura dalla quale volentieri si volge lo sguardo, perché la vista del dolore suscita dispiacere senza che nel contempo la bellezza dell’oggetto sofferente riesca a tramutare questo dispiacere nel dolce sentimento della compassione”.
(da Laocoonte di Gotthold Ephraim Lessing)
Chiusa è la bocca oltre velenose spire
avvolte al pugno paterno, mentre di Etrone e Melanto
sublime il grido s’annoda al quieto silenzio
di chi, muto, il dolore sopporta con nobiltà d’eroe.
A lungo ritorte le membra e le nodose serpi
nelle figure di Porcete e Caribea, serpenti,
sì marini nell’arbitrio di colui il quale agita
il vigor del roboante tridente presso la Troade.
Così, tra le promache fondamenta del tempio
nel quale una nascita, impura, il viso oltraggia
di colei le cui gote son enfie a dispetto di un cervo,
tardiva e lenta una sola lacrima di reo seguace
scivola e s’incrosta lungo la piega marmorea
ogniqualvolta di due creature immortali
tace alla fine, come in tragedia, il luttuoso giro,
poiché tra i lembi sottili e smossi di una pietra
preziosa di ordita rugiada, l’anima s’attarda
di un poeta, insensibile alla morte altresì ignara.
Così il taciturno e fiero atleta si libra finanche
al vento finché della meta agognata, bianco il veleno
intorpidi il muscolo e altrettanto i polsi la spira
offuschi della vittoria adorna ogni illusione,
poiché quella stessa meta è anche stretta tra i volumi
di due contendenti come viscidi cappi al collo, sì torto,
ancor più divaricati al robusto braccio della contesa;
né denti o mani affilate, avvinti alla carne nemica
nel confortar dell'agone, l'eccellenza fisica e il primato
su di un giovane imberbe, alla paura altresì ignaro,
chino e in guardia, pronto a sferrare l'indomito attacco,
né occhi ardenti fra i tralci vermigli del tramonto
a nutrir con lancia scossa, la gloriosa fiamma,
ma solo volteggi improvvisi e canti inattesi, nel lodare
di uno spettatore l'amor patrio, al quale un dolore tanto lieve
la compassione non mai funesta con pietà d'olimpio;
e la corona di duro olivo ancor più le tempie stringe
indurite dal venefico castigo di una sorte avversa
tra i palmi di colei che le ali spiega sul nudo traguardo.
Scolpisce un sospiro, tra gli sguardi di Laocoonte
come trama silvestre allo scuotere della esile fronda,
mentre avversa di Poseidon ciò che algido scuote
la crosta lungo sentieri mai calcati da aurei cavalli.
Oltre un tumulo, nella quiete sembianza di una statua,
spoglio del proprio strumento, quale nudo scalpello,
tre volte stringa e forgia, Polidoro, il crine adonio
tra le armoniche note e sillabe della propria creta,
come Policleto dal poderoso e stanco giavellotto,
la benda discioglie al suo portatore tra ampie lodi;
e seppure ad egli cede la gamba destra, la propria gloria
non disperde tra gli spalti o le vie, ove pubblici i plausi
e gli onori tengono per sempre in vita le gesta di un eroe;
così nel volger la testa stravolta tra soli due corpi
lungamente attoniti e del silenzioso oblio, paghi,
di Penteleo la materia prima in loro prende forma.
D’altronde anche del vincitore, il busto vien scolpito
intero, qualora di un’ombra il fato pur sempre agiti
nel cuore di una nike alata, l’inatteso stordimento.
Oltre il traguardo e l’affannoso percorso,
si eleva l’Aurora al di sopra delle proprie terga
perché di Antifate e Timbreo ancora si propaghi l’effuso
tormento, oh dolce virtù inespressa di uomo esemplare,
dal quale ogni animo elleno, lento mai si disgiunga
per paura di vedersi sul podio o sull’altare, sconfitto e vile.
(Testo estratto dall'opera Olimpiche)
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